lunedì 12 ottobre 2015

Giornalismo: il problema, spesso, riguarda le persone (Capitolo IV e ultimo)



Non serve che io dica altro. Giudicate voi se seguire quello che ormai faccio sempre a chi mi propone cose del genere per evitare di buttare a cesso la mia vita (che non è insultare, bensì far capire di essere consapevoli dello scempio in cui vertono le cose). Dopo di che scegliete una volta per tutte se continuare ad essere i veri schiavi del XXI secolo. Già, perché la colpa è solo vostra se continuate ad accettare questo orrore. Stramaledetti in eterno.



Oggetto: Risposta al tuo annuncio su Bakeca.it: recensore, consulente, scrittore


Salve. Mi chiamo Stefano Gallone e desidero candidarmi alla Vostra offerta di lavoro. Pertanto, allego il mio curriculum e resto in attesa di riscontro.
Grazie per la cortese attenzione.
Cordiali saluti


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Ciao, Se sei qui è per l'annuncio.
Il sito purtroppo, specialmente subito, è solito oscurare molte parole e modifica pertanto gli annunci inseriti soprattutto quando non sono di tipo aziendale e questo non lo è. Andrai a scrivere per una azienda, ti pagherà una azienda, ma il tuo tutor eventuale sono io e sono un privato. Questo giusto per chiarire un attimo la cosa.
Prima di tutto mi chiamo [nome] e ti dico subito che  i suoi scritti verranno caricati su di una piattaforma, che opera da circa 15 anni in 10 paesi Europei. Non è un lavoro in senso stretto, tutt'altro, visto che non ci sono vincoli (prende e lascia quando vuole), non ci sono capi ( se non tutor e staff), non c'è un impegno obbligato, né tanto meno contrattuale. Tecnicamente non si viene pagati per svolgere un lavoro, ma si viene ricompensati, ovviamente in denaro, per scrivere recensioni, opinioni, testi, su vari prodotti, tra cui film, cinema, musica, libri, elettronica, cellulari etc etc. Nel sito troverete tantissime categorie e potrete decidere voi su cosa scrivere, su quando farlo e via dicendo. Non ci sono obblighi di nessun genere. Di solito la prima domanda è quanto si guadagna. Si guadagna quello che si fa. Vicino ad ogni opinione, ci sono i simboli dell'euro, tutti quei prodotti che avranno riportato tale simbolo saranno pagati.
Il pagamento è in base a cosa si scrive, ai voti degli altri utenti, e anche ai tantissimi bonus e premi che si possono vincere settimanalmente, mensilmente e giornalmente. I bonus vanno da un minimo di 25 centesimi a 20 euro. I pagamenti si fanno su bonifico bancario o postale, o comunque, basta avere un iban. Il conto può essere intestato a chi volete, non per forza a voi. L'azienda è di proprietà della [nome], compartecipata di Microsoft [questo ce lo lascio, fanculo]. E' stata fondata a Monaco nel lontano 1999. Non parliamo quindi di una società giovane ma di una azienda ormai molto stabile. Il tutto viene svolto solo ed esclusivamente online, anche perché sarebbe impossibile parlare con circa 2 milioni di utenti suddivisi in 10 paesi. Sulla piattaforma sono presenti ben 7 milioni di recensioni.
Siete pronti a buttarvi in questa avventura? questo è il link [link]
Ancora dubbi? Provo a diramarli. Prima di tutto non si perdono i diritti di autore, voi siete i proprietari dei vostri scritti. Potete riportarli dove volete, non sono in esclusiva, proprio perché non vi vincola nessun contratto. Il quanto si guadagna dipende come dicevo da voi, da quanto partecipate, da quanto siete bravi e via dicendo. Si chiede ogni 30 del mese in corso ed entro il 15 di quello dopo si ha un bonifico. E' possibile richiedere raggiunte appena le 5 euro. Cosi potete
constare subito l'affidabilità.
Ora siete convinti?
Io sono qui per aiutarvi nei primi passi. Dopo l'iscrizione al sito, fate questa procedura [e bla bla bla]



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Ma per cortesia.
Schiavisti dei miei stivali.


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schiavisti aahahah

da casa, senza vincoli, scrivi se ti va se no..
senza capi, senza impegno fisso

ahahaha


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Vai vai a cercare altri polli, vai.
Addio


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ad uno ho risposto ora..

non serve insultare se non sei interessato..

questo la dice lunga del perché cerchi lavoro..sii educato.

Saluti

( finirai in SPAM inutile anche rispondere per te)



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Non insulto. Sono solo stanco di chi come voi specula sugli spiccioli da offrire a chi quello che richiedete lo farebbe di mestiere se non esistesse uno sfruttamento del genere. Il mio è solo un invito a smetterla. Ecco tutto.
E se rispondi "ad uno ho risposto ora" al mio invito precedente, vuol dire che li consideri veramente polli da spennare.
Spam è la vostra esistenza: fastidiosa.
Sparisci dalla mia vita. Vattene, vah. 



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smettila di fare il coglione su


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Vai.


E con questo ho concluso. D’ora in poi saranno solo cazzacci vostri.

Addio.


Ah, dimenticavo. Giorni fa ho sostenuto l'ennesimo colloquio dove, invece di leggere il curriculum e notare che ho già il tesserino, i diretti interessati mi hanno chiamato e fatto perdere tempo per offrirmi l'ennesima finta remunerazione a click. Questo giornale aveva addirittura una sede fisica con tanto di editore. Prima che entrassi io, una ragazza usciva con un sorriso a settantadue denti. Sforzatevi di capire il succo del discorso quando vi dico che dovreste provare cosa significa realmente avere fame per vedere se avete le palle di rivoltarvi nel più semplice dei modi.

domenica 2 agosto 2015

Giornalismo: il problema, spesso, riguarda le persone (Capitolo III)

Sarò brevissimo - praticamente lapidario - perché queste cose, ormai, non meritano più nemmeno mezzo secondo di tempo ed energia. Chiunque voglia continuare a sprecare tempo e forze per nulla, al contrario del sottoscritto, è liberissimo di farlo.
 
Comunicazione via sms appena sostenuta (perché non una telefonata, poi, non lo capisco...vabeh):

Matteo di redazione X - "Ciao Stefano. Mi chiamo Matteo e mi occupo dei redattori della redazione X. Ho esaminato il tuo profilo e posso dire che potresti rientrare nei nostri piani. Prima però vorrei specificarti qualcosina e spiegarti come si svolgerebbe il lavoro. Innanzitutto siamo una redazione giovane ma già ben affermata. Puntiamo a garantire un'informazione veritiera; per noi la corrente mediatica non esiste, una pista diventa reale dopo tre indizi e non dopo un titolo di giornale! Ogni mattina e poi di ora in ora quando ci saranno notizie importanti saranno date sul gruppo per facilitare il lavoro di stesura/battituradegli articoli da parte dei redattori. Il progetto è molto bello però purtroppo non è prevista una remunerazione. Ecco qui. Cosa vuoi fare tu? Dici che potremmo iniziare la collaborazione?"

Io: "Ciao Matteo. Inizierei volentieri la collaborazione solo se ci fosse una normalissima retribuzione. Il lavoro si paga senza scuse. Questa situazione deve finire. Perciò se mi paghi lavoro per te, altrimenti grazie lo stesso e saluti".

Matteo di redazione X: "Redazione di giovani che credono in un progetto. Questo è! Poi penso ci siano modi e modi...Buona giornata ed arrivederci"

Io: "A mio modo dico solo che il lavoro si paga. Anche poco ma si paga e anche con quello online la possibilità di farlo c'è. Buona ricerca".

Appunti - XXI century keywords:
- giovane
- affermato
- informazione veritiera
- PROGETTO

La vostra fine sarà il mio inizio.

giovedì 4 giugno 2015

Nuova frontiera dell’illusione letteraria: la pubblicità ingannevole



[Di seguito, per tentativo di ulteriore diffusione della cosa (qualora possa interessare nel settore), riporto una mia ennesima esperienza di impatto negativo raccontata in un mio articolo per il blog che mi è gentilmente concesso su Lettera43, “39 steps” (http://www.lettera43.it/blog/39-steps) ].

L’Italia, tra le tante altre cose – tanto in male quanto anche in bene, va detto – è un paese di sognatori. Questo non vuol dire che ci tiriamo i rasponi (sì, confesso: ne faccio parte anch’io) dalla mattina alla sera fantasticando su questo o quel progetto di cambiamento morale e culturale tanto atteso dalla nostra ipotetica generazione senza troppi connotati. Assolutamente no. Al giorno d’oggi, siamo semplicemente consapevoli del fatto che le possibilità offerte dai moderni mezzi di comunicazione ci permettono di arrivare veramente ovunque con un nostro scritto o, talvolta, con la nostra vera e propria faccia, vista l’ormai immediata facilità con cui si possono produrre video di durata quasi illimitata.
Ma è proprio questo il punto. Dal momento in cui veramente chiunque si sente abilitato a definirsi – in luce di tutto ciò, come conseguenza – “scrittore”, “regista”, “giornalista” o, peggio ancora, “poeta”, si viene a creare un vero e proprio marasma a mo’ di blob indistinto nel mezzo del quale risulta veramente difficilissimo – se non, alle volte, impossibile per mancanza di tempo e forze fisiche – fare distinzione tra chi fa uso di tutto questo perché, fondamentalmente, ha il puro terrore di trovarsi un lavoro manuale, dal momento che la produzione artistica non fa proprio al caso suo (si vedano, per cominciare, certi errori grammaticali che nessuno di noi, da scolaretto, avrebbe mai più commesso una volta prese sufficienti pedate nel deretano dal rispettivo maestro di lingua italiana), e chi, per contro, possiede davvero il dono della scrittura o, almeno, un minimo di capacità espressiva utile a conferire il senso di interesse che una sua qualunque creazione può, eventualmente, stimolare. Raul Montanari, nel suo Il tempo dell’innocenza (Dalai 2012), osservava anche che «l’Italia è popolata da scrittori. Metà di quelli che incontri si definiscono scrittori o poeti. Persone che fanno mestieri affascinanti come il fisico atomico o la maîtresse sadomaso si affannano a qualificarsi come scrittori, forti dell’aver pubblicato, nel lontano ’92, un’ode nell’antologia Rime del condominio».
In mezzo a tutto questo marasma, dunque, vengono a collocarsi delle persone particolarmente furbe, organizzate e, soprattutto, psicologicamente preparate a farsi gioco dei più inesperti – precisamente proprio di quelle persone così perfettamente descritte da Montanari, gruppo di poveri innocenti che, ahinoi, per la maggior parte non avrà mai completa consapevolezza di ciò che gli accade – per trarre qualche spicciolo di provvigione personale. Ma si sa: spicciolo + spicciolo + spicciolo + spicciolo = soldone.
È vero, anch’io – in maniera alquanto immatura ma del tutto spontanea nel suo ardente desiderio di comunicazione – da giovanissimo sono caduto nella trappola pubblicando il mio primo libro (e solo il mio primo libro) a pagamento. Proprio per questo motivo, però, so di essere perfettamente abilitato a considerare come merita (e mettervi in guardia da essa) questa vera e propria tattica commerciale odierna che, in sostanza non si basa altro se non sempre su quel fatidico – e stramaledetto – principio non scritto: più c’è crisi (economica, culturale, di idee in senso generale), più devi speculare sulle debolezze delle persone per guadagnare (tanto in quei fantomatici “porta a porta” che istigano all’omicidio preterintenzionale i meno “innocenti”, quanto nell’avere a che fare con qualcosa di non completamente divergente in ambito – nel caso che qui esprimo – letterario).
Divenuto decisamente più maturo come persona, col tempo credevo di aver chiuso con un certo ramo dell’editoria a pagamento (che editoria, in fin dei conti, non è) una volta troncato aspramente i contatti con tutti gli editori da me contattati in precedenza e, in seguito, manifestatisi come una sorta di agenzie di riscossione tributi per tentativi di realizzazione professionale. E invece no, continuano ad arrivarmi mail da presunte case editrici che, probabilmente, devo aver contattato ancora prima senza aver mai ricevuto risposta – quindi dimenticandomene – o che, al limite, avranno preso il mio indirizzo di posta elettronica da chissà quale database ladro (sai quante aziende lucrano vendendo contatti da secoli a questa parte? Vatti a rivedere Americani di James Foley tanto per cominciare a farti un’idea).
L’ultima mail ricevuta da qualcuno di quella stirpe, insomma, è freschissima di ricezione e recita così:

Gentile Autore e caro lettore,
hai un libro nel cassetto? 
[nome dell’editore] per tutto il mese di giugno ha deciso di pubblicare gratuitamente la tua opera.
Contattaci per avere maggiori informazioni!
Il libro che potrai far leggere questa estate ad un tuo amico, potrebbe essere il tuo!
[nome della tizia che ha inviato la mail]

Però! Offerta interessante! Credo di avere già una certa dose di preveggenza in merito ma sono curioso di vedere se ho capito definitivamente come funziona questo mondo nello specifico. Dunque, rispondo come se fossi interessato:

Salve.
Grazie per l'informazione. Potrei avere maggiori delucidazioni in merito?
Grazie.
Saluti

Dopo non molto tempo, praticamente subito, l’interlocutore risponde (con evidente mail preimpostata, come la precedente, alla quale bastava cambiare semplicemente il nome del destinatario):

Gentile Stefano,
innanzi tutto [sì, proprio così, staccato] grazie per averci scritto.
Con la presente email [senza trattino] ti illustro l'iter che vogliamo seguire per la pubblicazione. [questo “tu” senza permesso è alquanto irritante, proprio come gli “amichevoli” porta a porta]
In primis abbiamo bisogno di leggere la tua opera e poter capire se possiamo inserirla nel nostro catalogo.
Superato questo primo step ti proponiamo una bozza di contratto che potremo insieme rivedere e sistemare. [Giusto, credi nelle mie potenzialità senza nemmeno conoscermi, senti di poterti fidare del mio talento alla cieca]
Non c'è bisogno di un incontro necessariamente [per carità, dovessimo mai sapere che faccia abbiamo], ma se vorrai potremo vederci qui a Roma.[accomodante]
Stipulato il contratto [fieri delle proprie certezze, insomma] toccherà a noi lavorare sull'opera e insieme effettueremo dei giri di bozze.
Quello che chiediamo all'autore, una volta che il libro sarà pronto, è un mero acquisto di 20 copie del libro. [BINGO!]
Abbiamo deciso di effettuare questa campagna per il mese di giugno perché crediamo che ogni scrittore deve avere la possibilità di dar voce al suo scritto.
Se vorrai farci leggere la tua opera puoi inviarmela subito tramite email [sempre senza trattino] e nell'arco di 2 giorni cercheremo di leggerla e farti sapere se siamo interessati a pubblicarla [me se mi hai già detto che mi proponi il contratto…].
Grazie,
[nome della tizia che ha mandato la mail iniziale]

In altre situazioni avrei lasciato perdere digrignando i denti e tornando alla mia normalissima seppur estremamente travagliata vita professionale. Qui, però, nella mail iniziale viene detto che la fantomatica offerta prevede di pubblicare, nel mese di giugno, “gratuitamente” l’opera di chi si volesse proporre. Nella comunicazione successiva, invece, l’autore viene pregato – come se nulla fosse o, peggio, come se fosse normale! – di acquistare 20 copie del suo libro. Certo, non sono le 100 o 200 previste da altri finti editori (che, comunque, hanno imparato anche loro come usare questi metodi in maniera, diciamo, più bonacciona), ma corrispondono ugualmente, credo, a un paio di centinaia di euro considerando che il prezzo di un libro nuovo, minore e proveniente da uno sconosciuto, si aggira sempre intorno a una decina di euro.
Ecco perché queste realtà continuano ad esistere: ci sarà sempre e comunque qualcuno che, credendosi talentuoso (magari essendolo anche per davvero, chi lo sa) e avendo uno stipendio garantitogli da un qualunque altro lavoro, non avrà alcun problema a sborsare una cifra comunque fattibile – per lui – e necessaria al sostentamento (se moltiplicata per i tanti che, al contrario del sottoscritto, accetteranno l’offerta) di due o tre persone – per il finto editore – dal momento che, ormai, basta avere una partita iva, una sede fiscale (quindi niente uffici né segreterie né personale da retribuire: il più delle volte si indica la propria residenza), un account sui maggiori siti di distribuzione online e un minimo contatto con una qualunque tipografia per definirsi “casa editrice”.
A mia umile memoria, però, l’articolo 20 del decreto legislativo 206/2005 dell’ordinamento giuridico italiano definisce la dicitura “pubblicità ingannevole” «qualsiasi pubblicità che in qualunque modo, compresa la sua presentazione, sia idonea ad indurre in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali è rivolta o che essa raggiunge e che, a causa del suo carattere ingannevole, possa pregiudicare il loro comportamento economico ovvero che, per questo motivo, sia idonea a ledere un concorrente».
È questo l’unico motivo per cui, stavolta, non riesco a trattenermi e scelgo di sfogarmi anche con questi altri truffatori morali (e non solo). Inizialmente – consapevole già di una loro successiva ulteriore risposta – mi limito a dire:

Ah ecco, mi sembrava strano. C'è sempre qualcosa che l'autore deve spendere. Sempre.
Salutiamoci qui, grazie. Non andiamo oltre, conosco troppo bene queste dinamiche.
Saluti

Ma ovviamente, malgrado la mia richiesta di non andare oltre, loro, come previsto, rispondono con le solite scuse e con la solita misera e disperata nuova offerta:

Gentile Stefano,
mi dispiace leggere l'amarezza della sua email. [il trattino proprio ti sta antipatico, insomma]
Noi come casa editrice stiamo investendo molto sui nostri autori, stiamo pagando personale professionista e cerchiamo di produrre un buon libro sia come interno che come estreno [errore di battitura; bravi revisori di bozze] (qualità dei materiali), le garantisco che tutto questo non è nè facile nè [accento sbagliato due volte: sempre più bravi revisori di bozze] economico.
Purtroppo l'editore non rientra di tutte le spese con le vendite, sarebbe bellissimo se fosse così, ecco perché chiediamo una piccola collaborazione con l'autore.
Non voglio perdere la possibilità di pubblicarla, perché non è questo il nostro intento. [ovvio! Sono io il tuo guadagno!]
Le faccio una proposta: se le copie da acquistare scendono a 15 e 2 glie ne regaliamo noi? Potrebbe accettare?
Grazie,
[nome della tizia]

Al che credo proprio di avere via libera:

Assolutamente no, neanche se dovessi pagarne solo una.
Non mi abbindolate con le parole, sono esattamente le stesse che mi hanno detto in decine e decine di finti editori nel corso di tutti questi anni e sono visibilmente stanco, sfiancato e profondamente deluso e irritato da tutto ciò. La vostra esistenza, come l'esistenza di ogni singola casa editrice a pagamento (che casa editrice vera e propria non è se fa perno su questi principi), nelle sue varie forme tra cui, ahinoi, duole dirlo ma c'è anche questa, si basa esclusivamente su questo tipo di tattiche. Non ostinatevi a farmi credere il contrario perché, con me, non funzionerà mai, seppur con tanti altri sì (ecco perché voi - e migliaia di altri come voi - esistete ancora, praticamente quasi per circonvenzione di incapace, anzi di innocente speranzoso inesperto).
E poi, dal momento che comunicate solo in seconda istanza la presenza di una spesa da parte dell'autore senza farne un minimo cenno nella vostra mail iniziale (nella quale, tra l'altro, sottolineate il concetto di gratuità), ci sono tutti i presupposti per considerarvi menzogneri attiratori fin dal principio, se non proprio per denunciare qualcosa di simile a una truffa (lo so, il termine non è delicato né, forse, appropriato, ma il suo significato ha delle affinità con quanto da voi richiesto) qualora si avesse del tempo da spendere in curioso divertimento (tempo - e soldi - che, ovviamente, io non ho).
Mi spiace ma è così.
Non c'è bisogno che rispondiate a questa mail perché vi chiedo di togliere immediatamente ogni mio contatto da ogni vostra lista.
E smettetela - voi e tutti gli altri - di mangiare sulla cultura e sul talento altrui. Per pietà.
Saluti e a mai più.

Continua? Spero vivamente di no. Per nessuno. Nel frattempo, voi prendete nota anche di questo ennesimo ingannevole passo verso il baratro compiuto da chi specula sulla vostra preparazione e abilità culturale. Il vero editore (anche piccolissimo) investe (anche pochi spiccioli) sugli autori che sceglie di pubblicare, non gli chiede soldi camuffando la richiesta in acquisto copie. Punto.

venerdì 19 settembre 2014

Giornalismo: il problema, spesso, riguarda le persone (Capitolo II)



Oggi arriva nella mia casella di posta elettronica l’ennesima risposta all’ennesimo annuncio dell’ennesimo giornale online che, per l’ennesima volta, gradirebbe molto i miei servigi dattilografici ma senza versarmi l’ombra di un centesimo in tasca. Molto cordiale, gentile e verbalmente corretto, il tizio (per carità, va detto), ma da bestemmie a reti unificate le solite predisposizioni.
Dunque.

Gentile Dott. Stefano Gallone,
la ringrazio per aver letto il nostro annuncio e mi scuso per il ritardo con cui le rispondo, ma la mail di [nome precedente del sito] non la controllavo da molto. [nome precedente del sito] si è trasformato infatti nel mese di Aprile in un nuovo webzine: [nome attuale del sito], fondato da un gruppo di giovani con l'obiettivo di valorizzare l'arte contemporanea prevalentemente nella zona romana. Le invio il link alle nostre linee editoriali che sicuramente sono più esaustive: [link].
Come avrà visto abbiamo numerose sezioni. Il nostro webzine, ci tengo a precisarlo, è low budget, anzi, lo definirei come un no budget, poiché privo di retribuzione. Instauriamo infatti soltanto delle collaborazioni. Per far parte della redazione Le chiederei di inviarci un articolo di massimo 2500 caratteri su un film recente.
La ringrazio per l'attenzione e Le auguro un buon fine settimana.
Cordialmente
[nome del tizio]

“ […] lo definirei come un no budget, poiché privo di retribuzione. Instauriamo infatti soltanto delle collaborazioni “. Non sapevo che ormai per “collaborazione” si intende direttamente qualcosa di non retribuito. Un po’ come “stage”, insomma. Grandissimo Eduardo, è proprio vero che gli esami non finiscono mai. E non si finisce mai di imparare, eccetera eccetera eccetera. Molto bene. Comunque, siccome a sto giro proprio non riesco semplicemente a cestinare (non per la risposta ma per un po’ di accumulo di stanchezza), rispondo.

Gentile [nome del tizio],
grazie per la risposta ma si tratta di un low budget o no budget, in definitiva? Perché se la collaborazione non è retribuita la ringrazio ma non intendo mandare alcun articolo di prova, anzi comincio a essere molto ma molto stanco e violentemente irritato da una simile condizione, ancor di più dalle solite e inutili giustificazioni che ricevo da un paio di anni a questa parte.
Mi conceda una sola domanda, per mia ricerca personale: se c'è crisi e non ci sono soldi, perché continuare ad aprire giornali online (ma a volta anche cartacei; tutto sommato, più c'è crisi e più ne nascono, chissà come mai) richiedendo collaborazioni gratuite (che poi si trovano sempre, vista l'ingenuità di molti di noi o la semplice necessità di "fare esperienza") e non unirsi in tre o quattro per crescere per conto proprio e poi, soltanto poi, dopo aver instaurato qualche entrata con sponsor e Adsense, cercare qualcuno a cui, però, fornire qualche soldo (non ritenute d'acconto, soldi) in modo da avvalersi dei suoi servizi?
Grazie a lei.
Saluti

Mentre attendo una risposta guardo altri annunci e trovo sempre e solo le solite parole chiave, sintomo di contrattacco a qualsivoglia richiesta di retribuzione a suon di gesto d’ombrello: “Siamo alla ricerca di giovani motivati da una grande voglia di cimentarsi con il giornalismo”; “i requisiti per collaborare con noi sono essenzialmente due: impegno e spirito di iniziativa”; “cerchiamo aspiranti giornalisti”…e comincio pure a sospettare che trovare il semplicissimo link “lavora con noi” su una testata online sia sintomo di richiesta in ginocchio come a dire “ti supplico vieni da noi pure si nun c’avemo gnente da datte”. Nel frattempo mi risponde anche un altro: “Buongiorno, per quel che riguarda le modalità di collaborazione si tratta della redazione di 4-5 news giornaliere in ambito principalmente calcistico, a riguardo riceverà ulteriori dettagli nel caso in cui la collaborazione andasse in porto. Dal punto di vista economico al momento non è prevista retribuzione diretta da [nome sito] ma diamo la possibilità di utilizzare i propri banner pubblicitari (es.: Google Adsense, JuiceAdv etc) e dunque monetizzare a seconda delle performance degli articoli”. Ma metti per iscritto “cerco pr”, fai prima. Si parla anche di “performance” degli articoli, ormai. Delete.
Poi arriva la risposta del tizio di cui in principio.

Gentile Stefano,
è nella speranza di tutti noi che [nome sito] si possa trasformare in una realtà retribuita. E oltre a esser una speranza ciò è soprattutto un obiettivo condiviso da tutti. Il nostro webzine punta prevalentemente su una realtà ben precisa, quella del contemporaneo, che viene poco indagata ed è poco pubblicizzata. Trovare sponsor non è semplice e "imbrattare" il giornale con pubblicità poco interessanti non è nella nostra politica. L'idea di aprire un giornale online ci è venuta proprio per plasmare questa nostra progettualità che, si fidi, ha bisogno di lavoro, tempo e abnegazione, cose difficilmente riscontrabili nella maggior parte delle persone. Capisco il suo stato d'animo e la sua stanchezza, capisca però anche il nostro punto di vista: non è un mero tentativo di cambiare il mondo, ma semplicemente il bisogno di dar voce, attraverso la nostra passione, a ciò che voce, nella maggior parte dei casi, non ha. Siamo nati con questa passione e ci auguriamo che ciò possa avere anche una retribuzione. Ci tengo a sottolinearLe che anche i cosiddetti "quadri dirigenziali" di [nome sito] non hanno una retribuzione (me compreso); questo forse le farà capire, oltre la bontà del progetto, la nostra volontà di non lucrare sul tempo e lo spirito del singolo redattore poiché i primi a faticare siamo noi stessi. Dimenticavo, le spese di gestione del sito sono a spese del "quadro dirigenziale"… sperando di esser stato esaustivo la ringrazio per la sua attenzione.
Cordialmente
[nome]

Risposta più che soddisfacente, cordiale e gentilissima. Peccato solo (e glielo dico in risposta ringraziandolo per la disponibilità e salutandolo) che la danno veramente in tanti (direi anche troppi). Allora le cose sono due, gli dico e chiedo anche a te che leggi: o c’è veramente una prospettiva di monetizzazione concreta per quanto piccola e a lungo termine, o è una specie di frontiera diventata il sogno di tutti nella speranza che si renda visibile e oltrepassabile senza indugio ma, ahimè, senza nemmeno una particolare visione tangibile.

P.s: ieri un mio collega / amico ha ricevuto per posta (non per mail, per posta; anche se in netto ritardo ma, sai, le Poste italiane, ultimamente, non sono proprio sinonimo di magia del savoir faire logistico) una risposta da parte di un ben noto quotidiano cartaceo nazionale al quale aveva lasciato un curriculum. Malgrado una considerevole scarsezza di simpatia per il suo capoccia, a onor di cronaca va detto che hanno risposto così (ripeto: per lettera postale, non per e-mail):

Egr. Sig. [nome del collega / amico con indirizzo], con riferimento al Suo curriculum vitae, La informiamo che al momento la nostra azienda non ha in previsione l'ampliamento del suo organico. Terremo comunque presente la Sua candidatura e sarà nostro scrupolo informarLa delle eventuali relative opportunità. Distinti saluti [dati e firma dell'ufficio personale].

(Nell'immagine iniziale, il genio di Zerocalcare: www.zerocalcare.it)





martedì 16 settembre 2014

Giornalismo: il problema, spesso, riguarda le persone



A Luglio mi sono laureato. E sì, eh, certe cose succedono anche a me, mica sempre e solo ai soliti “sparamambitto” che fanno otto esami a sessione e si laureano un anno e mezzo prima senza averci capito un benemerito cazzo. 109 su 110, se lo vuoi sapere. Arti e Scienze dello Spettacolo. La Sapienza di Roma. Cinema. Sì, rosico un po’ ma alla discussione mi hanno dato il massimo e parevano interessati. Forse. Cinema e Apocalisse, l’argomento. Bello e intenso, il processo di elaborazione e produzione della tesi, sì. Bravissimo il mio relatore. Una chiavica l’università in sé, che spero fallisca e crolli al più presto.
Dicevo, a luglio mi sono laureato e, a cominciare dalla fine del mese fino a questo preciso istante inoltrato, mi sono messo (e continuo) a cercare lavoro. Tecnicamente sarei giornalista pubblicista con tanto di tesserino e iscrizione all’Ordine (va bene, fattela pure tu sta cazzo di risata…ecco…contento? Bravo coglione), quindi, sai com’è, si cerca un po’ nel proprio settore prima di andare a bussare ai call center (e fatti pure st’altra risata…imbecille). E allora (sempre e comunque dopo aver girato praticamente tutte le redazioni maggiori, tra Roma e Milano, per rilascio curriculum e documenti vari: alcuni gentilissimi, altri da fucilare all’istante), giù con risposte ad annunci italiani di vario stampo provenienti dall’oceano putrefatto della rete. Un paio di volte mi è capitato di vedere qualcosa dalla Svizzera. Oltre ad aver caricato a ufo il curriculum sul sito della Rts (così, tanto per), avevo risposto a non mi ricordo nemmeno più io quale annuncio, consapevole di non avere almeno uno o due requisiti richiesti ma vabeh, intanto ci si prova. Sarà stato poco dopo ferragosto, se non ricordo male. Fatto sta che oggi, signore e signori, da questi svizzeri qua mi arriva questa splendida mail di risposta (non scherzo e non sono ironico, è veramente splendida):

Gentile signora, egregio signor [vabeh, concediglielo pure un copia/incolla per fare prima dimenticando di cancellare il sesso non corrispondente, fa niente],
la ringrazio sentitamente per la sua candidatura e per l’interesse dimostrato verso l'attività svolta dal [nome società che non è corretto fare in pubblico].
Tra le 350 candidature ricevute in risposta al nostro annuncio abbiamo scelto 5 candidati da invitare ad un colloquio. Purtroppo la sua candidatura non soddisfa pienamente uno dei requisiti da noi richiesti (ottima padronanza della lingua tedesca, esperienza nella produzione di film e video
[che non è vero, in passato ne ho fatti un po' ma vabeh, stiamo mica qui a contare i peli dell’orifizio anale dell’orso Yoghi], comprovata esperienza giornalistica con una buona rete di contatti nella Svizzera italiana).
La sua eventuale delusione è senz’altro comprensibile, soprattutto in ragione del fatto che non le viene data nemmeno l’opportunità di un colloquio. Anche se la nostra politica, in genere, si discosta da quella di altre imprese, ci accomuna sfortunatamente l’oggettiva difficoltà, per mancanza di tempo, di invitare tutte le candidate e tutti i candidati a un colloquio personale. La sua esclusione a tale fase non intende essere un giudizio di valore sulla sua qualifica. La preghiamo di comprendere che spesso sono solo piccole sfumature a fare la differenza.
Non esiti a ripresentarci la sua candidatura qualora veda pubblicata sulla nostra homepage
[sito] un’altra posizione di suo interesse.
Cordiali saluti
[Nome del tizio che ha scritto. Nome sostanzialmente tedesco. Che mi scrive in questo italiano così corretto].

Ecco…
…mi viene da pensare di primo getto: svizzeri, quindi persone serie anche (se non soprattutto) nel mio settore (mentre tutti noi stronzi, qui, stiamo ancora a spalare la merda con la storia trita coglioni dell’internet-non-internet-manellacartastampataèdiverso-ilgiornalismoèmortoepureigiornalistisonomorti-cisonosoloblogschifosienongiornali), encomiabili anche quando ti rifiutano perché ci tengono a specificare che non sei tu ad essere una merda inutile, sono loro che cercano altro e ti incoraggiano a tenere comunque vivo un mezzo contatto. Poi rileggo la mail una seconda volta e mi viene soltanto da riflettere sul fatto che mi ritrovi stupito di una risposta così cordiale, gentile e comprensiva, cosa che, in fin dei conti, dovrebbe essere la normalità più assoluta qui attorno a me e che, a quanto pare, in questo cesso di posto dove stiamo noi, non è mai stata proprio una specie di usanza, perché se no pare brutto.
E allora mi tornano alla mente tutti gli incontri e le risposte del cazzo più recenti avuti (i primi) di persona (pochissimi, la verità) e (le seconde) sulla mia fottuta mail bypassata da siti di pubblicità, truffe a nome di Poste Italiane (che, ovviamente, di Poste Italiane non sono), annunci porno e richieste di aiuto economico farlocche con nomi supercazzola e in linguaggi prossimi a un Google Translate affetto da Encefalopatia Spongiforme Cibernetica. Avessero mai avuto almeno un briciolo di una simile predisposizione, tutte quelle merde con cui sto avendo a che fare nella ricerca di un semplice lavoro ormai diventato un fottuto hobby del cazzo nell’unico neurone di alcuni (parenti e qualche amico, in particolare. “Ah…ok…e che lavoro fai?”. Faccio rapine in banca con tua nonna che mi paga a colpo di pistola esploso, stronzo). Me ne sovviene qualcuno in particolare.

Ho anche esperienze radiofoniche, sia come autore che come speaker e producer, quindi noto in rete un annuncio di due righe, due di numero, che pare faccia capo a una radio fm di Roma. Niente nomi né indirizzi mail ai quali poter mandare un curriculum. Solo un numero di telefono cellulare. Vabeh. Finito di guardare e rispondere agli altri tre o quattro annunci che ho aperto in apposite finestre sullo schermo, prendo il telefono, compongo il numero e parte la chiamata.
“Prooontooo…” (con inflessione a mo’ di scimmione della pubblicità del Crodino. Hai presente?).
“Ehm…sì, buonasera. Ho visto proprio adesso il vostro annuncio e volevo sapere, un po’ più nel dettaglio, di cosa si tratta, in cosa consiste il lavoro.”
“Eh. Embè? Perché? Nun sai legge? Che ssei cecato?” (stessa e identica inflessione che manterrà per tutta la conversazione, con picchi di aumento fonico alla Pasquale Casillo).
“…sssssì…beh, c’è scritto speaker o dj.”
“Eh.”
“Sì, beh, io sono giornalista pubblicista, critico musicale e cinematografico, laureato, iscritto all’albo…[eccetera eccetera eccetera]. Avendo anche esperienze radiofoniche sia come autore e producer che come speaker radiofonico, nonché approfondite conoscenze musicali senza limiti di genere, volevo sapere se c’era possibilità di collaborazione, stage o qualunque altra cosa anche solo a livello giornalistico presso la vostra redazione, ecco.”
“Co’ cche rradio ‘a lavurato, te?”
“Ho lavorato e lavoro ancora per una webradio [nome] fondata da me prodotta dal giornale per il quale collaboro da 5 anni. Prima ancora la nostra direttrice conduceva una trasmissione presso una radio italiana di New York [nome] che ha anche ritrasmesso la prima stagione della trasmissione che invece ho fatto io. Abbiamo una specie di partnership e collaboriamo spesso per…”
“Nun ‘a conosco.”
“Vabeh, è legittimo”
“E comunque  ‘e uebberadio nun so rradio.”
“Come, scusi?”
“Nun conta gnente, nun ‘e na radio.”
“Guardi che tutte le ritrasmissioni ad opera della radio italiana newyorkese erano anche in Fm. Negli Usa, per giunta.”
“Nun significa gnente, nun è na radio”
“Vabeh. Senta, scusi, non mi vuole dare nemmeno un indirizzo postale o mail al quale poter mandare un curriculum in modo da poter…”
“Ma nno, perché nun è  na radio, nun è n’esperienza, ‘e uebberadio nun so rradio [e attacca una filippica di almeno tre o quattro minuti sul senso del concetto di radio per un coglione, che io ascolto col sangue agli occhi solo per lasciarlo finire perché poi quella merda dice] “Comunque, sì pproprio ce tieni, poi pure venì qua, te mettemo a sede ar tavolino e vvedemo che ssai fa.”
Al che rispondo:
“No. Non mi meritate.”
E gli attacco il telefono in faccia. Perché in questa fase della mia vita sto mandando a fare in culo veramente tante persone senza pensarci mezza volta in più. Una terapia che consiglio vivamente a tutti voi quando necessario, vale a dire in casi come questo.

Altra esperienza interessante.
Rispondo a un annuncio online che ancora oggi circola con pressante insistenza su qualunque sito di ricerca lavoro. Si tratta di un sito internet che pare faccia sia un pizzico di giornalismo che, in maniera più corposa, web tv. Dopo un po’ mi ricontattano per invitarmi a un colloquio conoscitivo, sempre qui a Roma. Dico grazie e il giorno dell’appuntamento mi presento in tranquillità ma consapevole della facile eventualità di non ricavarne niente di buono, quindi self control ben collaudato.
Entro in questo bel portone di un certo punto di viale Marconi e la portiera, gentilissima, mi indica la porta della società. Busso, entro, saluto, ricambiano e mi mettono a sedere su un piccolo divanetto per attendere che il capoccia finisca un altro colloquio fissato prima del mio. Mi trovo in un vero e proprio appartamentino, comodo, confortevole, con due persone vicino a me (una giovanissima segretaria e un ragazzo forse mio coetaneo che si occupa dell’area giornalistica da direttore, dice. O caporedattore, non ricordo bene). Il capoccia generale, nel suo studio alle mie spalle, finisce il colloquio con una ragazza che se ne esce sorridente. Entro io, saluto, mi accomodo. Mi accomodo, sì, ma ad una scrivania alquanto distante a una seconda dietro la quale sta seduto lui. Mi annuso distrattamente le ascelle per vedere se il motivo per cui mi tiene distante è perché potrei puzzare ma vabeh.
Mi comincia a parlare forte del suo baffone e di una maggiore tranquillità conferitagli dal fatto che siamo quasi conterranei. Mi comincia a parlare forte del suo baffone ma partendo da un discorso di massima legato all’impossibilità di portare avanti carriere giornalistiche al giorno d’oggi, della necessità di mettersi in rete ma del contrattacco lanciato dall’impossibilità di pagare i collaboratori pur necessitando della loro fervida collaborazione “acca ventiquattro” per crescere e sperare in remunerazioni che mettano qualcosa in tasca a tutti. Allora lo fermo e chiedo se, quindi, non è prevista alcuna retribuzione. Il buon uomo riparte con altre supercazzole sulla crisi di sto cazzo e bla bla bla.
Mentre quello parla e io manco lo ascolto più, mi guardo un po’ intorno con la coda dell’occhio: ho di fronte una sorta di sosia del “cumenda” Guido Nicheli, solo in versione napoletana; mi trovo in una redazione fisica, ancora semi vuota ma fisica, arredata anche bene, per la quale questo qui paga un certo affitto (lo ha detto lui). Quindi qualche soldo circola sicuramente. Sono tre mesi che vedo questo annuncio imperare sulle bacheche dei siti di ricerca lavoro, quindi staranno ancora lì, avranno pur trovato qualche fesso di turno che deve solo fare esperienza. E se stanno ancora lì, ma non pagano, verseranno comunque certi soldoni (che quindi hanno, o lui personalmente ha) per mantenere l’affitto dell’appartamento adibito a redazione (che piccolo piccolo proprio non era) e pagare le rispettive bollette (per non parlare poi della manutenzione dell’attrezzatura buona che hanno ma che chiedono a te di avere per conto tuo). E a Roma sai bene che gli affitti sono qualcosa di improponibile per una miriade di comuni mortali.
Per farla breve, quando questo finisce di sparare supercazzole io comincio a dire cose del tipo “ma allora, se è crisi, perché buttarsi a elemosinare compassione e lavoro gratuito? Non è meglio trovarsi un lavoro qualunque per conto proprio senza farla campare di rendita, sta crisi?”, oppure “ma lei lo sa che (certo non è il massimo) ma è anche possibile mantenere una mezza redazione anche senza un appartamento in affitto? Quindi se può pagare un affitto con relative bollette e condominio, perché non può pagare due soldi a chi accetta di lavorare con lei?” (l’uomo dice che almeno qualche ritenuta d’acconto per il tesserino si sarebbe spremuto per pagarla). O ancora “se proprio non si può o non si vuole pagare chi lavora per te, allora perché non cominciare a fare la tanto sospirata ‘crescita’ da soli in quattro o cinque per conto proprio per poi raggiungere un certo status di entrate sponsor e Adsense e offrire, solo dopo tutto questo, uno sputo di lavoro con qualche spicciolo a disposizione? Noi con il nostro giornale, ad esempio…”. Non l’avessi mai detto. Non avessi mai accennato a come tiriamo avanti (con pochissimi soldi, praticamente niente, ma almeno dignitosamente) noi al giornale online dove sto io. Morale della favola, il colloquio è finito con lui che elemosinava a me una partnership col mio giornale. Patetico.

Per finire, quanto alle risposte mail di annunci nei quali non si parla di retribuzione manco se viene la missione, c’è una certa forma standard (che molti di voi conoscono anche bene) che ti arriva nella casella di posta quando il cosiddetto datore di lavoro (parolone, sia “datore” che “lavoro”) si degna di risponderti, cioè solo nel caso in cui, consapevole di non volerti dare un cazzo (potrebbe anche, qualche spicciolo, ma preferisce molto spesso non volere e papparsi lui la poca brodaglia che riceve), gli serve come il pane azzimo qualcuno che si faccia il culo per far crescere lui e il suo sito schifoso. Fa pressappoco così:
“Gentile Stefano [o chiuque altro],
la ringraziamo per la sua candidatura e saremmo lieti qualora lei volesse collaborare con [nome sito]. Quanto alla sua richiesta di retribuzione, sa bene che le attuali premesse storiche non ci consentono di offrirle una regolare retribuzione ma ci permettono, altresì, di optare per la formula attuale più risolutiva, vale a dire quella del giornalismo partecipativo…” e continua con una sfilza di altre intramontabili supercazzole utili a proporre, in linea di massima, a colui che dovrebbe semplicemente scrivere, studiare, valutare, approfondire (o quanto altro di simile), di diventare una sorta di fottuto pr facendo stalking in giro per la rete a sputtanare i suoi articoli di merda per fare migliaia di viscidi clic da sprucido social network che finiranno per valere si e no un paio di euro (ad andare bene) dopo varie ore di sottomissione da schermo elettronico grazie a una moltitudine di banner pubblicitari che lui stesso dovrà gestire. E si pavoneggiano anche di una certa meritocrazia (nominano proprio questo termine) che solo loro vedono nella cosa.

Morale della favola: sarò drastico, disinformato o quel cazzo che volete, ma per quanto mi riguarda la nostra vera crisi è quella interiore. Il problema sono e resteranno sempre quelle persone che invece di risolvere il problema ne creano consapevolmente e deliberatamente altri (perché tanto basta solo un’iscrizione a un tribunale per essere “in regola”), talvolta più grandi ancora, e si crogiolano sulle inadempienze psichiche altrui, vale a dire quelle di chi accetta un simile scempio pur di sperare in qualcosa finendo per essere spesso anche sopravvalutato quando i suoi temini di terza elementare vengono fatti passare per articoli pur di buttare qualcosa sul sito, con la paura fottuta (esattamente come a scuola o all’università) di inimicarsi chissà chi mandandolo semplicemente a fare in culo. Il tutto coadiuvato da un mezzo fenomenale (internet) usato per il 75% nella maniera più schiavista e retrograda possibile (sia come non-lavoro che come “contenuti”). Basta oltrepassare un qualunque confine fisico per vedere che le cose, nel resto di una buona fetta di mondo, non stanno così e tutto è ben più possibile, legittimo e rispettoso delle circostanze? Sì e no, perché anche in questo posto maledetto ci sono moltissime persone di esimio calibro educativo che devono essere necessariamente preservate, costi quel che costi.
Ad ogni modo spero che tutto il peggio espresso fin qui (ma anche tanto altro) finisca. E nel peggiore dei modi, se necessario. La colpa, tutto sommato, sarebbe solo di qualche centinaio di vaffanculi finalmente espressi.

giovedì 11 settembre 2014

Gli U2 e Apple non hanno inventato proprio niente. Ecco perché

Fai vedere. Gira un po' sta faccia. Ah, ma anche tu sei costernato dalla incredibile scelta innovativa di Bono Vox e soci in associazione con iPhone, Apple, cazzi e mazzi, di far uscire il disco nuovo in digitale e sbatterlo per il mondo a costo zero! Orsù, ripigliati perché qua non c'è da scandalizzarsi o meravigliarsi proprio di un bel niente: centiniaia di migliaia di band lo fanno da anni su Soundcloud, Bandcamp e affiliati (tra cui pure io con gli Agate Rollings, vah). C'è di mezzo solo una oceanica dose di popolarità in più. Embè? La novità vera e propria dove sta?

Di certo ha ragione Michele Monina de Il Fatto Quotidiano quando reputa geniale una simile trovata (comunque di impatto storico), laddove il fattore "geniale" va inteso in rapporto a una quantità non indifferente di trogloditi che preferisce spendere (spesso per un disco che ha già e che vuole risentire immediatamente mentre si sta facendo fare un massaggio cinese completo con gran finale) dieci o più euro in mp3 da telefono cellulare dirrettamente connesso ai vari store digitali pur di non intasare la lussuosa casa (percaritadiddio!) di inutili oggetti circolari, grandi o piccoli che siano. 
Monina, giustamente, dice: "Nell’epoca in cui il prodotto vince sul marketing, loro hanno deciso di finire direttamente dentro il prodotto". Sta bene, è proprio così se intendiamo l'evento esclusivamente dal punto di vista del merchandising tecnologico. Ma...

...ma la Musica? Quella dove la mettiamo? Siamo sempre alle solite, insomma.

Monina ragiona saggiamente anche quando dice: "Da che quasi una quindicina d’anni fa, il classico ragazzetto in un garage americano ha pensato che i file musicali si potessero, in quanto file, condividere in rete, dando vita al file sharing, con Napster e con tutto quel che è seguito, la musica ha subito una rivoluzione che, a parere di chi scrive e non solo, ha precedenti solo nell’opera di Guido d’Arezzo e poi nell’attimo in cui qualcuno ha pensato che la musica poteva essere incisa e riprodotta meccanicamente. Da quel momento, infatti, il cambio di fruizione della musica, MP3 assurto a eroe di questa storia, ha sconvolto tutto. Non ho spazio a sufficienza per raccontarvi quel che è successo negli anni zero e in questa decade, ma voi ci siete e lo vedete coi vostri occhi. Oggi la musica si ascolta prevalentemente con gli smartphone, dopo un passaggio veloce dentro gli iPod (ricordiamo che dieci anni fa furono proprio gli U2 a pubblicizzarli) e simili, e se ne ascolta talmente tanta e confusamente da aver ridotto l’oggetto del contendere, la musica, poco più che uno sfondo insignificante, dettaglio minimo nel panorama d’insieme. Non è un caso che dopo decenni in cui si susseguivano rivoluzioni musicali, dal rock’n roll, al rock, al punk, all’hip-hop, al grunge, e sicuramente salto qualcosa, oggi si parli più di supporti che di contenuti".

"Il disco è morto", ci ripete sempre Cristiano Godano dei Marlene Kuntz ad ogni sacrosanta intervista. E come dargli torto? Sì, è esattamente così, ma sempre calcolando la questione in rapporto alla percentuale di imbecilli che si sparano le pose col macchinone e lo stereo col subwoofer alla cazzo di cane che ti ammazza i bassi rendendoli nient'altro che incomprensibili percussioni stomacali che solo il coglione di turno può sopportare, giammai comprendere, decifrare e trasformare in percezioni di note musicali. 

Gli U2, la Apple e qualunque altro gesucristo ci sia appresso, caro mio, non hanno fatto altro che seguire l'onda arrivandoci prima di qualcun altro (dirai "e hai detto niente" e va bene). Hai una vaga idea di quanto possano aver comunque preso da Apple o chicchessia per la diffusione gratuita del disco? Non ne parliamo che se no ci stramazziamo di crisi esistenziali.
Gli U2 sono solo riusciti a stipulare un accordo comunque redditizio per fare quello che molti meravigliosi siti internet fanno da tempo incalcolabile, guadagnando qualcosa illegalmente, forse, solo attraverso banner rompicoglioni e Google Adsense. Solo che quello è illegale e va condannato a morte per direttissima e senza processo anche se diffonde roba buona per il bene del sapere altrui (sul cinema, poi, c'è un altro paio di maniche molto divertente), mentre questo rientra nella norma perché frutta al signor ambasciatore della beneficenza di sto cazzo (che l'ultimo disco bello l'ha fatto nel 1997 e sono stato buono) un mucchio di soldi che, a confronto, Bill Gates pare un clochard, ma (percaritadiddio!) stimola i comuni mortali ad apprezzare musica differente e di qualità a costo zero (sai che risate se poi il disco è una cagata immonda? Naturalmente spero che almeno questo non lo sia, anche se già alcuni amici, puristi della band irlandese, mi avvisano dell'esatto opposto). 
Gli U2, amico caro, non hanno inventato proprio niente, hanno soltanto aggirato le reali colpe del settore. Quali colpe? Queste sulle quali riflettevo il 21 genaio 2011 attraverso le pagine di www.wakeupnews.eu: 

"Roma – Dati Ipsos derivanti da un’indagine svolta nella capitale, relativamente al download di materiale cinematografico, sentenziano un dato di fatto inequivocabile: nel corso dell’anno 2010, il 37% della popolazione italiana ha preferito usufruire di pirateria online, incentivando, di questo passo, la decrescente produzione e distribuzione di pellicole in sale cinematografiche in potenziale via di scomparsa per mancata disponibilità a sostenere i costi di manutenzione e rinnovamento. In aumento del 5% rispetto al 2009, il “file sharing” selvaggio ha portato la Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva, in conferenza alla Casa del Cinema di Roma, a contare 384 milioni di atti mediaticamente spesso giudicati come vandalici (30 milioni in più rispetto ai precedenti rilevamenti). A subire i maggiori danni sono stati la vendita (150 milioni) e il noleggio (130 milioni). Le sale cinematografiche, in più, contano circa 100 milioni di negativo in bilancio. L’età media degli utenti in download varia tra i 15 e i 34 anni. I tre quarti di queste persone è, tra l’altro, perfettamente a conoscenza di aver compiuto quello che viene giudicato un reato (applicando la legge materiale ad un concetto immateriale di linguaggio binario; ci sarebbe anche qualcosa da dire su questo, volendo).
C’è da considerare, però, che non rimane affatto da escludere il versante musicale, dove, anzi, le cifre risulterebbero probabilmente astronomiche. Il dramma principale, per contro, rimane un altro (forse ancora più importante): nessuno si chiede mai il motivo delle preferenze di download rispetto alle decrescenti vendite legali, preferendo puntare il dito contro l’utente di turno facendogli anche il gesto delle manette. Ipotizzare qualcuno di questi motivi non è un reato nè una bestemmia.
In primo luogo, ovviamente, il risaputo ed inaccettabile prezzo standard (a volte incrementato per motivi futili di grafica o edizione limitata di poco conto) ai limiti del digeribile per un portafogli nazionale sempre più vuoto. In questo ambito, infatti, giudicando musica, cinema e, perché no, anche letteratura come un lusso e non come fonte dissetante di cultura, nessuno si è preso la briga di guidare l’attenzione degli utenti del web sui negozi online come Play o Amazon, dai quali (specialmente per quanto riguarda il primo dei due, e non è affatto pubblicità) è possibile ordinare i dischi di nuova uscita ad un prezzo da grossista completamente dimezzato (in genere sui 12 euro, contro i 20 in media di un cd fresco di stampa) e, talvolta, senza alcuna spesa di spedizione (in questo play è paladino, pur avendo come fulcro di distribuzione il Regno Unito: consegna entro una settimana). Lo stesso, ovviamente vale anche per i dvd, anche se un sonoro monito va rivolto anche alle sale cinematografiche che si fanno pagare 7 o 8 euro lo stesso film passato il pomeriggio a 5 solo perché si tratta della visione serale.
I motivi per cui comunque un’ampia fetta di popolazione appassionata predilige il download a caimano restano comunque legati a relative difficoltà di reperimento online per purissima pigrizia ed inettitudine tutta italiana (anche se basterebbe una Postepay ricaricabile e un paio di istruzioni elementari; ah, dimenticavamo: a volte sono in inglese, è un trauma). Ma non è da sottovalutare anche (o forse soprattutto) un continuo e consapevole movimento di boicottaggio delle multinazionali sia di distribuzione che, soprattutto, di vendita (i megastore, in aumento come funghi anche nei piccoli centri urbani). Un eventuale senso di colpa da parte di questi ultimi, evidentemente, esiste e si manifesta nella scelta (non è un’accusa, è una constatazione) di Feltrinelli, Fnac e Ricordi Media Store, ad esempio, di svalutare soprattutto cd e dvd portandoli a prezzi mai visti nè immaginabili prima: dischi di artisti di fondamentale importanza come John Mayall, Nick Drake, Rober Wyatt, Animals, Ramones, Roger Water, Caravan, Camel, Paul Weller, Marvin Gaye oltre a tanti altri, incluse intere ordinazioni di cataloghi jazz (Ornette Coleman, Herbie Hancock, Thelonious Monk, Bill Evans, Sonny Rollins, Michel Petrucciani, Coleman Hawkins, Lester Young) spesso e ben volentieri non superano i 5,90 euro a pezzo (in alcuni cofanetti onnicomprensivi è possibile pagarli anche meno).
L’impressione che, per i venditori, la responsabilità dell’aver aperto il campo al download selvaggio sia giustificabile con la scelta fondamentale (il taglio netto di alcuni prezzi) ma estremamente ritardata nel contrastare l’ondata di pirateria, ormai in così ampia diffusione da non poter essere arginata nella sua totalità, sembra non essere affatto infondata. Ad ogni modo, nessuno, ai vertici delle istituzioni, si è mai e poi mai preso la briga di considerare la potenziale utilità (fatta eccezione dell’onnipresente malafede umana) della rete come strumento di conoscenza: migliaia di appassionati di buona volontà, infatti, chissà per quale motivo riescono spesso ad effettuare comunque in anteprima il download delle nuove opere dei propri beniamini (chissà chi le carica sul web: sospetti bazzicano attorno alle stesse etichette soprattutto discografiche per una sorta di controboicottaggio da incastro; ma sono solo sospetti, è chiaro) scegliendo comunque, poi, di acquistare l’oggetto, anche nelle edizioni limitatissime (con oggetti, fanzine o materiali inediti vari) che le case di produzione si sentono in dovere di produrre, a prezzi quasi stellari, pur di vendere qualcosa. Si considerino, inoltre, le altrettante migliaia di utenti (sempre appassionati) che solo ed esclusivamente attraverso il download gratuito riescono a conoscere e ad apprezzare nuovi artisti (audio o video) che altrimenti non avrebbero avuto l’opportunità di testare non avendo a disposizione patrimoni monetari sufficienti per ascoltare o vedere tutto ciò da cui si viene attratti. Se si lasciassero passare almeno questi due ultimi e preponderanti punti, probabilmente si arriverebbe ad un buon accordo tra le parti. Ciò non potrà mai avere luogo laddove le major di produzione e distibuzione scelgono di continuare, imperterrite, a fingere un simile accordo imponendo i download a pagamento, pura forma di pirateria autorizzata: pagare per avere comunque un cd masterizzato. Il colmo. O no?"